Carlo

Collodi

Le avventure di Pinocchio

Storia di un burattino

The Adventures of Pinocchio

The Story of a Puppet

Translated by Mary Alice Murray
Illustrated by Carlo Chiostri
Alignment and Amendments © Doppeltext 2014

TITLE PAGE

I.

II.

III.

IV.

V.

VI.

VII.

VIII.

IX.

X.

XI.

XII.

XIII.

XIV.

XV.

XVI.

XVII.

XVIII.

XIX.

XX.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

XXVI.

XXVII.

XXVIII.

XXIX.

XXX.

XXXI.

XXXII.

XXXIII.

XXXIV.

XXXV.

XXXVI.

COLOPHON

I.

Come andò che Maestro Ciliegia, falegname trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino.

C’era una vol­ta....
— Un re! — di­ran­no su­bi­to i miei pic­co­li let­to­ri.
— No, ra­gaz­zi, ave­te sba­glia­to. C’era una vol­ta un pez­zo di le­gno.
Non era un le­gno di lus­so, ma un sem­pli­ce pez­zo da ca­ta­sta,
di quel­li che d’in­ver­no si met­to­no nel­le stu­fe e nei ca­mi­net­ti per ac­cen­de­re il fuo­co e per ri­scal­da­re le stan­ze.
Non so come an­das­se, ma il fat­to gli è che un bel gior­no que­sto pez­zo di le­gno ca­pi­tò nel­la bot­te­ga di un vec­chio fa­le­gna­me, il qua­le ave­va nome ma­str’An­to­nio,
se non che tut­ti lo chia­ma­va­no mae­stro Ci­lie­gia, per via del­la pun­ta del suo naso, che era sem­pre lu­stra e pao­naz­za, come una ci­lie­gia ma­tu­ra.
Ap­pe­na mae­stro Ci­lie­gia ebbe vi­sto quel pez­zo di le­gno, si ral­le­grò tut­to;
e dan­do­si una fre­ga­ti­na di mani per la con­ten­tez­za, bor­bot­tò a mez­za voce:
— Que­sto le­gno è ca­pi­ta­to a tem­po; vo­glio ser­vir­me­ne per fare una gam­ba di ta­vo­li­no. —
Det­to fat­to, pre­se su­bi­to l’ascia ar­ro­ta­ta per co­min­cia­re a le­var­gli la scor­za e a di­gros­sar­lo;
ma quan­do fu lì per la­scia­re an­da­re la pri­ma ascia­ta, ri­ma­se col brac­cio so­spe­so in aria, per­chè sen­tì una vo­ci­na sot­ti­le sot­ti­le, che dis­se rac­co­man­dan­do­si:
— Non mi pic­chiar tan­to for­te! —
Fi­gu­ra­te­vi come ri­ma­se quel buon vec­chio di mae­stro Ci­lie­gia!
Girò gli oc­chi smar­ri­ti in­tor­no alla stan­za per ve­de­re di dove mai po­te­va es­se­re usci­ta quel­la vo­ci­na, e non vide nes­su­no!
Guar­dò sot­to il ban­co, e nes­su­no: guar­dò den­tro un ar­ma­dio che sta­va sem­pre chiu­so, e nes­su­no; guar­dò nel cor­bel­lo dei tru­cio­li e del­la se­ga­tu­ra, e nes­su­no;
aprì l’uscio di bot­te­ga per dare un’oc­chia­ta an­che sul­la stra­da, e nes­su­no. O dun­que?…
— Ho ca­pi­to; — dis­se al­lo­ra ri­den­do e grat­tan­do­si la par­ruc­ca — si vede che quel­la vo­ci­na me la son fi­gu­ra­ta io. Ri­met­tia­mo­ci a la­vo­ra­re. —
E ri­pre­sa l’ascia in mano, tirò giù un so­len­nis­si­mo col­po sul pez­zo di le­gno.
— Ohi! tu m’hai fat­to male! — gri­dò ram­ma­ri­can­do­si la so­li­ta vo­ci­na.
Que­sta vol­ta mae­stro Ci­lie­gia re­stò di stuc­co, co­gli oc­chi fuo­ri del capo per la pau­ra, col­la boc­ca spa­lan­ca­ta
e col­la lin­gua giù cion­do­lo­ni fino al men­to, come un ma­sche­ro­ne da fon­ta­na.
Ap­pe­na rieb­be l’uso del­la pa­ro­la, co­min­ciò a dire tre­man­do e bal­bet­tan­do dal­lo spa­ven­to:
— Ma di dove sarà usci­ta que­sta vo­ci­na che ha det­to ohi?… Ep­pu­re qui non c’è ani­ma viva.
Che sia per caso que­sto pez­zo di le­gno che ab­bia im­pa­ra­to a pian­ge­re e a la­men­tar­si come un bam­bi­no? Io non lo pos­so cre­de­re.
Que­sto le­gno ec­co­lo qui; è un pez­zo di le­gno da ca­mi­net­to, come tut­ti gli al­tri, e a but­tar­lo sul fuo­co, c’è da far bol­li­re una pen­to­la di fa­gio­li....
O dun­que? Che ci sia na­sco­sto den­tro qual­cu­no! Se c’è na­sco­sto qual­cu­no, tan­to peg­gio per lui. Ora l’ac­co­mo­do io! —
E così di­cen­do, ag­guan­tò con tutt’e due le mani quel po­ve­ro pez­zo di le­gno, e si pose a sba­tac­chiar­lo sen­za ca­ri­tà con­tro le pa­re­ti del­la stan­za.
Poi si mes­se in ascol­to, per sen­ti­re se c’era qual­che vo­ci­na che si la­men­tas­se.
Aspet­tò due mi­nu­ti, e nul­la; cin­que mi­nu­ti, e nul­la; die­ci mi­nu­ti, e nul­la!
— Ho ca­pi­to — dis­se al­lo­ra sfor­zan­do­si di ri­de­re e ar­ruf­fan­do­si la par­ruc­ca
— si vede che quel­la vo­ci­na che ha det­to ohi, me la son fi­gu­ra­ta io! Ri­met­tia­mo­ci a la­vo­ra­re. —
E per­chè gli era en­tra­to ad­dos­so una gran pau­ra, si pro­vò a can­te­rel­la­re per far­si un po’ di co­rag­gio.
In­tan­to, po­sa­ta da una par­te l’ascia, pre­se in mano la pial­la, per pial­la­re e ti­ra­re a pu­li­men­to il pez­zo di le­gno;
ma nel men­tre che lo pial­la­va in su e in giù, sen­tì la so­li­ta vo­ci­na che gli dis­se ri­den­do:
— Smet­ti! tu mi fai il piz­zi­co­ri­no sul cor­po! —
Que­sta vol­ta il po­ve­ro mae­stro Ci­lie­gia cad­de giù come ful­mi­na­to. Quan­do ria­prì gli oc­chi, si tro­vò se­du­to per ter­ra.
Il suo viso pa­re­va tra­sfi­gu­ri­to, e per­fi­no la pun­ta del naso, di pao­naz­za come era qua­si sem­pre, gli era di­ven­ta­ta tur­chi­na dal­la gran pau­ra.

II.

Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto,

il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

In quel pun­to fu bus­sa­to alla por­ta.
— Pas­sa­te pure, — dis­se il fa­le­gna­me, sen­za aver la for­za di riz­zar­si in pie­di.
Al­lo­ra en­trò in bot­te­ga un vec­chiet­to tut­to ar­zil­lo,
il qua­le ave­va nome Gep­pet­to; ma i ra­gaz­zi del vi­ci­na­to, quan­do lo vo­le­va­no far mon­ta­re su tut­te le fu­rie,
lo chia­ma­va­no col so­pran­no­me di Po­len­di­na, a mo­ti­vo del­la sua par­ruc­ca gial­la, che so­mi­glia­va mol­tis­si­mo alla po­len­di­na di gran­tur­co.
Gep­pet­to era biz­zo­sis­si­mo. Guai a chia­mar­lo Po­len­di­na! Di­ven­ta­va su­bi­to una be­stia, e non c’era più ver­so di te­ner­lo.
— Buon gior­no, ma­str’An­to­nio, — dis­se Gep­pet­to. — Che cosa fate co­stì per ter­ra?
— In­se­gno l’ab­ba­co alle for­mi­co­le.
— Buon pro vi fac­cia.
— Chi vi ha por­ta­to da me, com­par Gep­pet­to?
— Le gam­be. Sap­pia­te, ma­str’An­to­nio, che son ve­nu­to da voi, per chie­der­vi un fa­vo­re.
— Ec­co­mi qui, pron­to a ser­vir­vi, — re­pli­cò il fa­le­gna­me riz­zan­do­si su i gi­noc­chi.
— Sta­ma­ni m’è pio­vu­ta nel cer­vel­lo un’idea.
— Sen­tia­mo­la.
— Ho pen­sa­to di fab­bri­car­mi da me un bel bu­rat­ti­no di le­gno: ma un bu­rat­ti­no ma­ra­vi­glio­so, che sap­pia bal­la­re, ti­rar di scher­ma e fare i sal­ti mor­ta­li.
Con que­sto bu­rat­ti­no vo­glio gi­ra­re il mon­do, per bu­scar­mi un toz­zo di pane e un bic­chier di vino: che ve ne pare?
— Bra­vo Po­len­di­na! — gri­dò la so­li­ta vo­ci­na, che non si ca­pi­va di dove uscis­se.
A sen­tir­si chia­mar Po­len­di­na, com­par Gep­pet­to di­ven­tò ros­so come un pe­pe­ro­ne dal­la biz­za, e vol­tan­do­si ver­so il fa­le­gna­me, gli dis­se im­be­stia­li­to:
— Per­chè mi of­fen­de­te?
— Chi vi of­fen­de?
— Mi ave­te det­to Po­len­di­na!
— Non sono sta­to io.
— Sta’ un po’ a ve­de­re che sarò sta­to io! Io dico che sie­te sta­to voi.
— No!
— Sì!
— No!
— Sì! —
E ri­scal­dan­do­si sem­pre più, ven­ne­ro dal­le pa­ro­le ai fat­ti, e ac­ciuf­fa­ti­si fra di loro, si graf­fia­ro­no, si mor­se­ro e si sber­tuc­cia­ro­no.
Fi­ni­to il com­bat­ti­men­to, ma­str’An­to­nio si tro­vò fra le mani la par­ruc­ca gial­la di Gep­pet­to,
e Gep­pet­to si ac­còr­se di ave­re in boc­ca la par­ruc­ca briz­zo­la­ta del fa­le­gna­me.
— Ren­di­mi la mia par­ruc­ca! — gri­dò ma­str’An­to­nio.
— E tu ren­di­mi la mia, e ri­fac­cia­mo la pace. —
I due vec­chiet­ti, dopo aver ri­pre­so ognu­no di loro la pro­pria par­ruc­ca, si strin­se­ro la mano e giu­ra­ro­no di ri­ma­ne­re buo­ni ami­ci per tut­ta la vita.
— Dun­que, com­par Gep­pet­to, — dis­se il fa­le­gna­me in se­gno di pace fat­ta — qual è il pia­ce­re che vo­le­te da me?
— Vor­rei un po’ di le­gno per fab­bri­ca­re il mio bu­rat­ti­no; me lo date?
Ma­str’An­to­nio, tut­to con­ten­to, andò su­bi­to a pren­de­re sul ban­co quel pez­zo del le­gno che era sta­to ca­gio­ne a lui di tan­te pau­re.
Ma quan­do fu lì per con­se­gnar­lo all’ami­co, il pez­zo di le­gno det­te uno scos­so­ne,
e sgu­scian­do­gli vio­len­te­men­te dal­le mani, andò a bat­te­re con for­za ne­gli stin­chi im­pre­sciut­ti­ti del po­ve­ro Gep­pet­to.
— Ah! gli è con que­sto bel gar­bo, ma­str’An­to­nio, che voi re­ga­la­te la vo­stra roba? M’ave­te qua­si az­zop­pi­to!…
— Vi giu­ro che non sono sta­to io!
— Al­lo­ra sarò sta­to io!…
— La col­pa è tut­ta di que­sto le­gno....
— Lo so che è del le­gno: ma sie­te voi che me l’ave­te ti­ra­to nel­le gam­be!
— Io non ve l’ho ti­ra­to!
— Bu­giar­do!
— Gep­pet­to, non mi of­fen­de­te: se no vi chia­mo Po­len­di­na!…
— Asi­no!
— Po­len­di­na!
— So­ma­ro!
— Po­len­di­na!
— Brut­to scim­miot­to!
— Po­len­di­na! —
A sen­tir­si chia­mar Po­len­di­na per la ter­za vol­ta, Gep­pet­to per­se il lume de­gli oc­chi, si av­ven­tò sul fa­le­gna­me e lì se ne det­te­ro un sac­co e una spor­ta.
A bat­ta­glia fi­ni­ta, ma­str’An­to­nio si tro­vò due graf­fi di più sul naso, e quell’al­tro due bot­to­ni di meno al giub­bet­to.
Pa­reg­gia­ti in que­sto modo i loro con­ti, si strin­se­ro la mano e giu­ra­ro­no di ri­ma­ne­re buo­ni ami­ci per tut­ta la vita.
In­tan­to Gep­pet­to pre­se con sè il suo bra­vo pez­zo di le­gno, e rin­gra­zia­to ma­str’An­to­nio, se ne tor­nò zop­pi­can­do a casa.

Carlo Collodi
Le avventure di Pinocchio / The Adventures of Pinocchio
Bilingual Edition
Translated by Mary Alice Murray
Illustrated by Carlo Chiostri

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